La fantasiosa storia dei bignè
di San Giuseppe
San Giuseppe frittellaro
tanto bono e tanto caro
tu che sei così potente
d’aiutà la pòra gente
tutti pieni de speranza
te spedimo quest’istanza.
Così ci si rivolgeva al padre putativo di Gesù in occasione della sua festa. Ma perché frittellaro? Tutto risale alla fuga in Egitto. Quando l’angelo lo esorta a scappare rapidamente dalle ire di Erode e a prendere la strada del Nilo, il bravo falegname - carpentiere, come addirittura lo promuove l’agiografia più accreditata - conosce i problemi di miseria ancora oggi vissuti da tantissimi migranti: ingegneri africani o est-europei che si adattano a fare gli operai, letterati costretti ad impegnarsi nella raccolta dei pomodori o dell’uva. Anche Giuseppe deve quindi rinunciare alla sua professione, adattarsi a sbarcare il lunario come meglio può. Qualche suo biografo lo vuole addirittura costretto a mendicare, ma una pia leggenda non confortata da alcun vangelo - non solo dagli ufficiali ma anche dagli apocrifi più noti vuole che il Santo campasse la vita e quella dei suoi cari friggendo frittelle. Da questa ipotesi, peraltro piuttosto fantasiosa, il patrocinio ottenuto da San Giuseppe, oltre che sui falegnami, anche su tutti i venditori di cibo da strada.
Un patrocinio raccolto anche da Goethe, in visita a Napoli sul finire del Settecento: «Oggi era anche la festa di San Giuseppe, patrono di tutti i frittaroli, cioè dei venditori di pasta fritta, beninteso della più scadente qualità… Sulle soglie delle case grandi padelle erano poste su focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell’olio fumante. Un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo le ciambelle man mano che erano cotte e con un altro spiedo le passava a un quarto che le offriva agli astanti; gli ultimi due garzoni erano ragazzotti con parrucche bionde e ricciute che qui simboleggiano angeli».
Le fonti più accreditate, pur mantenendo l’epiteto di San Giuseppe frittellaro, tendono a capovolgere il procedimento. Non più San Giuseppe facitore di bignè ma i bignè facitori di San Giuseppe. Sarebbe infatti accaduto che all’inizio dell’Ottocento quel
grande gastronomo napoletano che rispondeva al nome di Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, insieme con un altro famoso pasticcere, il Pintauro, avesse scoperto che gli antichi romani il 17 marzo celebravano le feste dette Liberalia, incardinate dal punto
di vista mangereccio su frittelle di frumento fritte nello strutto e ricoperte di miele. Di qui a trasferire i bignè o zeppole che dir si voglia al 19 di marzo, inevitabilmente abbinandole al culto di San Giuseppe, il passo era breve. Sarebbe quindi stata la Chiesa, fissando la festività a quella data, a creare a San Giuseppe una specie di rendita di posizione, facendone l’erede di un culto pagano.
Un culto che in vari comuni si tinge di tutti i colori della prossima primavera. In molte località - come sul Gargano, con le famose fracchie - si organizzavano imponenti falò, quasi ad archiviare l’inverno e il suo bisogno di riscaldamento artificiale. A Itri, sulle
montagne di Gaeta, i fuochi venivano saltati da bande di ragazzini inneggianti a San Giuseppe e alle sue zeppole. Le galline avevano ricominciato a fare le uova: perché rinunciare a riempire i bignè con la crema? Era un lusso che in quella stagione potevano permettersi anche i poveri. Quei poveri che così pregavano il padre putativo di Gesù:
O gran Santo benedetto
fà che ognuno ciabbia un tetto;
La lumaca affortunata
se lo porta sempre appresso
fa per noi pure lo stesso.
Facce cresce sulla schina
una camera e cucina.